Il rospo e le forze dell’ordine

Vito Catozzo e la difesa delle istituzioni

Lunedì 23 giugno arriverà in aula alla Camera dei deputati una mozione concernente i tagli alle forze di pubblica sicurezza.
A proposito della mozione (Mozione 1/00480) a firma Dambruoso Stefano (gruppo scelta civica per l’Italia) del 26/05/2014 : da me interrogati alcuni operatori di polizia rispondono che

“questa è una delle tante iniziative parlamentari che, il più delle volte, non approdano a nulla, proprio come la Commissione istituita il 28 giugno 2011 citata (senza scordarsi che la costituì il ministro dell’Interno Maroni che ebbe cura di disinteressarsene subito dopo…)”

e che “il sistema della sicurezza pubblica, a carico dello Stato e solo marginalmente degli Enti Locali, nel nostro paese abbia bisogno di una profonda revisione è cosa certa ma è altrettanto vero che è uno dei fronti dove maggiori sono le resistenze di forze e corporazioni che hanno sempre ostacolato i processi (democratici) volti al cambiamento”.

La mozione che si apre con “…la legge 10 aprile 1981, n. 121, ha rappresentato nella storia del nostro Paese un momento di crescita e di ammodernamento delle istituzioni repubblicane in quanto ha introdotto, nell’amministrazione della pubblica sicurezza, quelle innovazioni necessarie a favorire la stabilità del sistema politico e a rendere più efficienti gli organi di polizia” , una introduzione cioè  fuorviante fin dal suo incipit.

FAVORIRE LA STABILITA’ DEL SISTEMA POLITICO infatti non è propriamente l’obiettivo delle forze dell’ordine il quale è quello invece di promuovere l’ordinato svolgersi della convivenza civile tra cui c’è anche quello delle attività politiche propriamente dette e la difesa delle istituzioni che da queste derivano nel rispetto della Costituzione.
Promuovono, insomma, l’ordinato svolgersi (uno svolgersi) di un cambiamento nei modi previsti costituzionalmente.
Questo tema della “stabilità” tanto caro alla più alta carica dello stato è di fatto la radice gattopardesca di un sistema nella sostanza immobile (nemmeno conservatore) cui non interessa che marginalmente l’efficienza e l’efficacia del sistema pubblica sicurezza.
Unico obiettivo sarà quello di far digerire, con promesse per il futuro e tagli nel presente, agli operatori di pubblica sicurezza l’ennesimo rospo.
Le promesse da marinaio sono :
a) sviluppo di progetti di edilizia abitativa per la realizzazione di alloggi per le famiglie del personale;
b) apertura di asili nido all’interno o nei pressi degli alloggi di servizio del personale;
c) creazione di centri medici specialistici per il personale e i rispettivi familiari.
Consci dell’ormai insostenibilità del loro arroccamento tentano, ormai con mezzi obsoleti, di ingraziarsi quelle che ritengono essere “le loro truppe” poste a difesa di un fortino fatto di privilegi che li tuteli, assieme al loro novello eroe di carta Renzi, dalla giusta (e ordinata) collera popolare.

 

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Chi è Nigel Farage

Ambrose-Evans-Pritchard

Ambrose Evans-Pritchard


Alessandro Bianchi de “L’antidiplomatico” intervista Ambrose Evans-Pritchard. International Business Editor of The Daily Telegraph.

A.B.: La stampa italiana sta presentando l’UKIP come un partito di estrema destra, xenofobo, omofobo e antisemita. Il suo leader, Nigel Farage, più o meno come il successore di Hitler. Possibile che il 30% degli inglesi abbiano votato questo pericolo per la plurisecolare democrazia britannica?

A.E.P.: Conosco personalmente Nigel Farage da oltre 15 anni. Quando l’Ukip aveva solo tre seggi al Parlamento europeo, cenavamo una volta al mese a Strasburgo e ho avuto modo di approfondire le sue idee e i suoi valori. Non è assolutamente un partito fascista, razzista o xenofobo. E’ una follia affermarlo. Farage ha creato un meccanismo che impedisce l’accesso a tutti coloro che vogliono iscriversi al partito con un passato di questo tipo e che prevede l’espulsione immediata per chi dall’interno si macchia di episodi di razzismo. La strategia e la politica dell’UKIP è di bloccare ogni forma di discriminazione. Non so dall’Italia dove prendano le informazioni a sostegno di queste tesi, ma basta pensare al fatto che Farage ha chiarito come un’alleanza con il Fronte Nazionale sarebbe per lui impensabile, perché all’interno di questo partito francese ci sono alcuni esponenti con un passato di antisemitismo. Per quel che riguarda la politica interna, l’Ukip costringerà il partito conservatore di Cameron – che è personalmente pro-Europa rispetto ad un’ala sempre più influente di Tory che la pensa come l’Ukip – a cambiare posizione perché il messaggio a Bruxelles nelle ultime elezioni è stato chiaro: il popolo britannico non tollera più una perdita di sovranità continua.

A.B.: Nonostante la propaganda della “luce fuori dal tunnel” o “anche la Grecia ha girato l’angolo”, la situazione economica della zona euro resta particolarmente difficile. Qual è la sua opinione sul futuro prossimo dell’area e quali sono i fattori di destabilizzazione più pericolosi?

A.E.P.: L’economia italiana si è contratta nel primo trimestre dell’anno e la ripresa, a differenza di quello che avevano annunciato, semplicemente non sta avvenendo. Lo stesso accade in Olanda, in Portogallo e in Spagna. La sola ragione per cui c’è un’apparente crescita in Spagna è il modo in cui viene ora calcolato il Pil. Un’analisi accurata mostra, tuttavia, come anche Madrid non sta crescendo e tutti i paesi del sud, in ultima analisi, si stanno contraendo, con la Francia che è in stagnazione. Si tratta di una situazione paradossale se si ragiona in un quadro di ripresa globale ormai consolidata: se a 5 anni dalla crisi Lehman Brothers e con un contesto internazionale migliorato, l’economia dell’area euro non è ancora al sicuro e ha ancora una situazione di disoccupazione di massa drammatica e duratura vuol dire che c’è qualcosa di profondo che non funziona. In Italia, ad esempio, la disoccupazione giovanile è al 46% e questo in una fase di espansione globale. Riflettete su questo: a 5 anni dall’inizio della ripresa globale dopo la crisi Lehman Brothers, la disoccupazione giovanile in Italia è al 46%! E’ il tragico risultato delle scelte perseguite all’interno dell’Unione Europea e nella zona euro. Detto in altri termini è l’inevitabile suicidio di scegliere contemporaneamente politiche fiscali e monetarie restrittive. Questo, perlopiù, in una fase in cui le banche hanno ristretto l’accesso al credito all’economia reale per rispettare i nuovi regolamenti e la contrazione dei prestiti ha portato al fallimento di un numero incredibile di piccole imprese in Italia e in tutta l’Europa del sud. Anche nel Regno Unito abbiamo utilizzato misure di austerità fiscale, ma accompagnate da una grande spinta monetaria e lo stesso è accaduto negli Usa. In Europa si è scelto il suicidio economico di intere nazioni.

A.B.: E in più c’è un contesto di inflazione molto bassa e deflazione per l’Europa del sud nello sfondo, che in pochi sottolineano a sufficienza. Cosa significa questo per l’Italia e quali scenari dobbiamo ipotizzare?

A.E.P.: Per quel che riguarda l’Italia l’errore è proprio quello di considerare solo il Pil reale nelle valutazioni economiche che si compiono: quello che conta per Italia, Spagna, Portogallo è soprattutto il Pil nominale. Il problema è che in un mondo di bassa inflazione o deflazione, il Pil nominale cala drammaticamente e il peso debitorio esistente diventa semplicemente non sostenibile. E’ un problema drammatico per l’Italia che oggi ha il debito pubblico al 133% del Pil, mentre quello privato è più sostenibile rispetto a Portogallo e Spagna. La contrazione del Pil nominale italiano è stato di 20 punti lo scorso anno, ma non avrebbe mai dovuto superare i tre-quattro punti. E’ un fallimento politico di proporzioni storiche e non sarebbe mai dovuto accadere. La riduzione del debito pubblico e privato per i paesi del sud è praticamente impossibile in una situazione di deflazione. Ho intervistato recentemente l’ufficiale del Fmi nelle operazioni della Troika in Irlanda e lui mi ha detto che Italia e Spagna per avere un debito sostenibile nel medio periodo hanno bisogno di un tasso d’inflazione della zona euro al 2% per oltre cinque anni consecutivi. E questo è confermato in una serie di paper del FMI che hanno sottolineato come la traiettoria del debito sia fuori controllo in un contesto di bassissima inflazione. Del resto, sono dinamiche molto note nella scienza economica e sono quelle che Irwing Fisher ha descritto nel 1933, quando sosteneva come era la deflazione ad aver causato la Grande Depressione. E’ esattamente quello che sta accadendo oggi: il debito diventa sempre più insostenibile e le bancarotte sono inevitabili. Cosa sta facendo la Bce di fronte a questa situazione drammatica? Abbiamo un’espressione in inglese che descrive molto bene la situazione economica paradossale attuale dei paesi del sud: “E’ un danno se lo fai ed è un danno se non lo fai”. Se la periferia della zona euro ha successo nell’adempiere a quanto prescritto da Bruxelles-Berlino-Francoforte crea una situazione di svalutazione interna e per riguadagnare competitività con la Germania si abbatte il Pil nominale, rendendo fuori controllo la traiettoria del debito. Se raggiungi quello che Bruxelles ti sta chiedendo, in poche parole, vai in bancarotta. E’ la conseguenza del “successo”. Non so se le autorità monetarie europee si siano mai poste questa domanda: perchè hanno imposto queste politiche ai paesi se il loro successo rende la situazione peggiore di quella precedente? La Bce non rispetta in modo continuativo e con una differenza enorme né il target del 2% di inflazione dell’area, né la quantità di moneta M3 che dovrebbe essere in circolazione. Perchè non rispetta i suoi obiettvi? Esiste una ragione credibile a livello economico sul perché la Bce non vuole raggiungere gli obiettivi di politica monetaria e per un periodo così lungo? No, non c’è.
Le persone non comprendono ancora bene i drammi che la deflazione produce per un paese come l’Italia. Meglio quindi fare un esempio numerico, è un calcolo matematico su cui convergono diversi studi, ad esempio uno molto accurato di Bruegel: l’1% di inflazione in meno per la zona euro significa che l’Italia deve avere un extra surplus di budget di un ulteriore 1,3% solo per ottenere gli stessi obiettivi. E’ un calcolo matematico. Il target è del 2% e quindi un’inflazione prossima allo zero costa all’Italia il 2,6% del Pil per raggiungere lo stesso obiettivo che potrebbe essere raggiunto se solo la Bce rispettasse gli obiettivi imposti dai Trattati. Questa situazione di bassissima inflazione è disastrosa per il futuro economico dell’Italia.

A.B.: In questo scenario, l’euro è ancora a rischio?

A.E.P.: Quando Mario Draghi ha lanciato il programma OMT – “Outgriht Monetary Transactions” – nell’agosto del 2012 è cambiato tutto. L’euro stava per fallire a luglio, con Italia e Spagna che erano in una grande crisi di finanziamento del proprio debito e la moneta unica era molto vicina al collasso. Angela Merkel stava pensando di espellere la Grecia dalla zona euro e solo quando ha accettato che ci sarebbero stati troppi pericoli per il contagio di Italia e Spagna, Berlino ha accettato il piano ideato dal ministero delle finanze tedesco, che si è trasformato poi nel programma OMT. Ho parlato a Londra con un alto dirigente di quel ministero a luglio di quell’anno e mi ha detto che “nulla vola nella zona euro al momento senza il nostro permesso”. Chiaramente la Germania stava controllando la politica della zona euro in ogni singolo aspetto. In quella fase stavano preparando l’OMT e due settimane dopo Draghi ha fatto il famoso discorso del “whatever it takes”.
Poche persone hano compreso bene questa fase storica: non è la Bce, ma la Germania che ha cambiato politica, trasformando l’istituto di Draghi in una prestatore di ultima istanza. Da allora la crisi della zona euro è completamente diversa e non c’è più il rischio che l’euro possa esplodere per un fallimento bancario. Ma bisogna stare attenti perché la Corte costituzionale tedesca ha stabilito che l’OMT di Draghi rappresenta una violazione dei trattati e potrebbe essere ultra vires. Quindi la domanda è: quel programma può essere davvero attivato in caso di necessità?
Il pericolo sistemico esiste ancora e si può arrivare ad una rottura per ragioni differenti: i paesi del sud vivranno una situazione di depressione economica permanente, che produrrà danni ai settori industriali nevralgici per la vita dei diversi paesi e una situazione politicamente insostenibile nel lungo periodo. Le elezioni di partiti radicali potrebbero quindi forzare il cambiamento e modificare l’intero progetto. Quando in Francia a vincere è un partito che, una volta al potere, vuole – come mi ha confermato Marine Le Pen in un’intervista – ordinare al Tesoro francese di attivarsi per il ritorno immediato al franco, la questione rimane centrale nel dibattito. Come reagiranno ora i gollisti e i conservatori moderati a questo messaggio del popolo francese alle elezioni europee e alla distruzione dell’industria storica francese? Se il Fronte Nazionale dovesse vincere le elezioni, la Francia non rispetterà il Fiscal Compact e questa ridicola legislazione decisa da Bruxelles. Gli altri partiti non possono più ignorarlo.

A.B.: Cosa accadrà secondo Lei nella zona euro nei prossimi cinque anni?

A.E.P.: Ci sono due possibili vie: i paesi della periferia comprenderanno che la permanenza nella zona euro richiede un numero di sacrifici non più tollerabili e decideranno di uscirne; oppure, ad esempio insieme all’Olanda che è in una situazione similare, prenderanno possesso in modo coordinato delle istituzioni che controllano la politica economica dell’UE, imponendo il cambiamento in linea con le loro esigenze. Sarei molto sorpreso se si realizzasse quest’ultima alternativa, dato che questi paesi non hanno certo il coltello da parte del manico e già in passato Hollande ha fallito nel creare un consenso con i paesi mediterranei. Ma anche se dovessero riuscirci, il rischio della zona euro sarebbe poi l’opposto, vale a dire un’uscita della Germania, che non accetterebbe mai politiche inflazionistiche.
Il problema centrale all’origine di tutta la crisi della zona euro è il conflitto fondamentale d’interesse e di destino tra i paesi del sud e la Germania su come risolvere l’immenso gap di competitività. Questa questione rimane irrisolta e, secondo me, è semplicemente senza soluzione. I paesi del sud sono costretti ad una permanente svalutazione interna ed hanno bisogno di imporre politiche espansionistiche che rilancino la domanda, ma che costringerebbero la Germania ad uscire dall’euro per un tasso d’inflazione che Berlino non potrebbe accettare. E’ un rebus senza soluzione. La situazione non può essere risolta e prima la zona euro finirà, meglio sarà per tutti.
L’alternativa? Sono 15-20 anni di depressione per la periferia imposti dall’attuazione delle regole del Fiscal Compact, che, in una fase di calo demografico e diminuzione della forza lavoro, produrranno scenari drammatici al tessuto economico e sociale di queste nazioni. Questa strategia assurda non aiuterà nessuno e la domanda che le leadership devono porsi è: quanto può durare questa situazione senza che ci sia una reazione politica? In Francia e in Italia sta prendendo sempre più piede l’idea che per salvare il resto del progetto europeo è necessario pensare ad uno smantellamento coordinato dell’euro. E’ su questo punto che la politica deve iniziare a ragionare in modo costruttivo per evitare future reazioni a catena fuori controllo.
Al momento non è utile fare previsioni sul futuro della zona euro e proverei a ribaltare la questione in questo modo: non bisogna più parlare di rischio di rottura, ma il rischio reale e drammatico è che l’euro possa sopravvivere per altri cinque anni, producendo danni inimmaginabili ai paesi del sud dell’Europa. Il “decennio perso” dell’Europa si concluderebbe poi con uno scenario economico mondiale molto diverso da come era iniziato e l’intero continente vivrebbe totalmente ai margini. Il rischio vero è che l’euro sopravviva ancora. Ed è un rischio terribile per il futuro delle nazioni europee.

da l’Antidiplomatico

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Cominciamo “bene”

Europa 5 stelle

Davide Borrelli prime notizie dall’europa

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo)

Il trattato di Lisbona (art. 17) cita: ” tenuto conto delle elezioni del Parlamento Europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio Europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento Europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione”

Le elezioni del 25 Maggio 2014 hanno confermato la previsione di una maggiore presenza di movimenti euroscettici in seno al Parlamento Europeo e la non più netta vittoria di PSE e PPE, costretti probabilmente ad una coalizione forzata.

Secondo il trattato di Lisbona l’elezione del Presidente della Commissione dovrebbe tener conto di questa nuova presenza parlamentare, quindi il processo corretto dovrebbe essere quello di attendere l’insediamento del nuovo parlamento e poi iniziare le consultazioni per la nomina del Presidente della Commissione, che va fatta entro il 31 ottobre 2014.

Quello che invece sta succedendo è che i vecchi partiti, oggi più deboli, hanno avviato consultazioni extraparlamentari al fine di proporre un candidato a loro gradito, a scapito dei nuovi movimenti rinnovatori, per assicurarsi una poltrona fondamentale dell’Unione Europea.

Il Parlamento Europeo è l’unico organo eletto dal popolo, il trattato di Lisbona infatti ne aumenta i poteri per garantire una maggiore partecipazione nelle decisioni fondamentali della UE, i vecchi partiti, continuano invece a ricorrere a questi tristi mezzucci per assicurarsi altri anni di potere e poltrone.”

David Borrelli, cittadino portavoce M5S al Parlamento Europeo

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Bulimia del potere


La bulimia (dal greco, boulimía, composto di (bôus) "bue" e (limós) "fame"; propr. 'fame da bue').
Cosa ne sarà degli inquisiti, dell'indagine sugli episodi corruttivi è ovviamente un compito determinato dalla magistratura, dalla Corte dei Conti.
Certo è che per l'ennesima volta, in una infinita coazione a ripetere, questo sistema politico riproduce se stesso. La bulimia sembra proprio una perversione del sistema più che non il sintomo di un soggetto : un ecosistema più che non una malattia mentale, la quale al massimo risulta meramente caricaturale, il riflesso individuale, lo specchio emulativo, di un quadretto familiare fatto di omuncoli, cupole malavitose, danni erariali, corruzioni, concussioni.

Al vertice di questo ecosistema un bue, ovvero la bulimia, non un toro badate, come quello riprodotto fuori dalla borsa di wallstreet, ma un bue, un tubo digerente che ingoia insaziabile risorse finanziarie e caga cemento sotto varie forme sopratutto grandi opere. I suoi escrementi cementizi nutrono tutta la base dell'ecosistema, una catena di appalti che si disputa piccoli e grandi bocconi fino alle briciole secondo la regola incantatoria del "lavoro, lavoro, lavoro" e quella autentica arcaica idiozia del proverbiale "quando el batilan va anca mi va". Un ecosistema, una economia, le regole della casa.

"Nutrire il pianeta" recita la didascalia, ma quale pianeta ? Piuttosto se dobbiamo parlare in termini astronomici assistiamo al collasso gravitazionale di due buchi neri in orbita l'un con l'altro : PD e PDL mortalmente abbracciati. 
Ma non era il pianeta che nutriva noi ? Ma non eravamo noi a dover salvaguardare la sua salute ? Ma non era la democrazia a decidere i progetti meritevoli di futuro ?

Non regge più nemmeno l'apologo di Menenio Agrippa che, sia pure in una visione organicista, della società aveva una idea solidale nella quale lo stomaco concorre al nutrimento degli arti. Qui si tratta di una "politica" parassitaria, senza progetto, senza politica industriale, senza futuro, senza idee, senza qualità. Una politica fatta di clans politico imprenditoriali ormai divenuti una vera e propria associazione per delinquere.
L'opposto delle idee di fondo che nei secoli hanno fatto della gastronomia italiana e delle industrie agroalimentari una vera eccellenza
ammirata e richiesta in tutto il globo.

La storia della gastronomia italiana infatti nasce invece in un itinerario di povertà dove gli avanzi di cibo dei ricchi diventano, tra le abili mani di cuochi-servi,  piatti meravigliosi che ritornano sulle tavole dei ricchi, oppure i piatti più poveri e “rimediati” in qualche modo divengono prelibatezze e simboli di un intero popolo.
Ricchezza della povertà se posso dire, un ossimoro.

La storia della nostra alimentazione è parte significativa della nostra storia complessiva; l’economia, la politica, la cultura nel senso più ampio e migliore dei termini, la salute, sono tutti aspetti che hanno un rapporto diretto e privilegiato con  i problemi dell’alimentazione.
Una storia fatta di campanili, feudi, repubbliche, granducati, regni, parrocchie, orti, viaggi in oriente ed in occidente, incredibili biodiversità, ricette custodite in cantine, spazi per stagionature, sagrestie, esoteriche maturazioni, gelose alchimie … una storia della quale è intrisa la sensibilità complessiva di tutti gli italiani.

Come è dunque possibile che una Expo si concentri in un solo luogo, in un solo piatto, se non per nutrire l'indistruttibile bramosia bulimica di potentati del tutto avulsi da qualunque cultura ? Spero che l'Expo divenga un simbolo : un boccone avvelenato per i partiti ed il riscatto di quei "servi", gli italiani, che hanno reso inimitabile il nostro paese ma che ancora purtroppo "cittadini" non sono.


							
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L’Europa, Prometeo e il M5S

Prometeo M5S

La politica, intesa come associazioni di partito, mediatori della volontà popolare, senza vincolo di mandato, è al suo crepuscolo.

L'alba è il movimento cinque stelle : un movimento che è una procedura implementabile ovunque per restituire la politica ai cittadini, come Prometeo il fuoco, e, sopratutto per conservare la fiamma della propria sovranità.

Complice la rete, è la possibilità democratica di mettere in relazione le moltitudini in un rinascimento promosso dalla tecnologia, dall'invenzione dell'ipertesto e dal web.
Oltre Gutenberg, oltre l'isolamento dalla disinformazione resa oramai ontologica da questi media asserviti.

La rete propone un modello più vicino, potenzialmente, al compimento della democrazia, dove la figura del "cittadino" come soggetto artefice del suo destino è centrale e sostituisce finalmente altre figure come il "consumatore", il "lavoratore", il "coscritto", il "telespettatore" il "gregario", il "credente"..

Figure, queste, destinatarie di una informazione a un senso unico  e delle quali questi politici arcaici hanno solo vaga, deformata e parziale notizia, distorta di ogni dignità ed esibita secondo le convenienze, degli auditel e dei sondaggi.

Perchè l'informazione, ovvero le notizie dei media tradizionali, non provengono dalla realtà ma "passano da loro": i "media mediati dalla mediazione" , dal plagio", dalla deformazione.

Mentre si apre un mondo nuovo di conoscenza scientifica paragonabile solo all'epoca di Galilei e Newton, mentre cambiano le percezioni circa la realtà e gli ordini sociali, mentre le religioni rimangono stupefatte e crollano intere cosmogonie la politica di cosa si occupa ?

Mentre la scienza in questi anni completa il quadro sistematico del modello standard della fisica quantistica con il bosone di Higgs e scopre che le leggi della fisica che regolano l'intero universo sono, curiosamente, "orizzontalmente democratiche" …

Mentre la ricerca apre nuovi orizzonti sul piano dei principi fondanti la materia e della energia….

Mentre la scienza apre nuove prospettive circa le frontiere dell'intero universo e della materia stravolgendole e coniugando l'infinitamente piccolo e infinitamente grande: si imbatte infatti in un universo con una precisa origine (13,7 miliardi di anni fa) e una probabile fine dettata dai valori di massa di una piccola particella, un bosone (126 Gev)…

Mentre l'astrofisica spazia l'orizzonte tra  migliaia di miliardi di galassie, quando solo a inizio novecento già una di galassia, la via lattea, sembrava un confine abbastanza vasto per le fragili menti umane…

Mentre la scienza allarga gli orizzonti galileiani scoprendo ancora nuovi "cannocchiali" oltre le capacità dell'occhio umano e constata che tutto quello che sembra esistere, ovvero i miliardi di galassie, non è nemmeno tutto l'esistente ma solo il 5% di ciò che esiste e mentre per percepire il resto della materia esistente che non interagisce con i nostri sensi, ma che è intorno a noi, si lancia la sfida di sondare l'enorme vacuo, ma pur sempre esistente, dell'energia e della materia oscura….

Mentre al Cern si inventa il web per scambiare con migliore efficacia le informazioni e l'entusiasmo:
l'idea, infatti, del World Wide Web è nata nel 1989, presso il CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica europeo. Il ricercatore inglese (Tim Berners-Lee) fu colpito da come alcuni colleghi italiani usavano trasmettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all'altro dell'istituto visualizzando informazioni tramite video. Il 12 marzo 1989 Tim Berners-Lee presentò infatti al proprio supervisore il documento Information Management: a Proposal, una cui copia è esposta presso il CERN, che fu valutato «vago ma interessante». Alla sua base vi era il progetto dello stesso Berners-Lee e di un suo collega, Robert Cailliau, di elaborare un software per la condivisione di documentazione scientifica in formato elettronico indipendentemente dalla piattaforma informatica utilizzata, con il fine di migliorare la comunicazione, e quindi la cooperarazione, tra i ricercatori dell'istituto. A lato della creazione del software, iniziò anche la definizione di standard e protocolli per scambiare documenti su reti di calcolatori: il linguaggio HTML e il protocollo di rete HTTP…..

Mentre l'universo si espande e diviene sempre più constatabile che tutti viviamo e respiriamo in un piccolissimo luogo senza particolari privilegi, fragilissimo, compreso in una serra, una bollicina di gas imprigionata attorno al sottile suolo terrestre, bollicina trattenuta dalla gravità che è anche unico schermo contro le radiazioni che principalmente provengono da una centrale nucleare naturale a fusione che chiamiamo sole nato dai resti di una antica supernova …

Mentre questo accade la politica, dominata sopratutto dal potere finanziario, si impaluda nella conservazione di se stessa, in visioni del mondo come minimo totalitarie, nella difesa delle sue presunte "prerogative", arrogando a se stessa l'esercizio di una democrazia tutta solo cosmetica e la gestione in esclusiva assoluta "dell'intelligenza", costruendo una democrazia senza popolo e una intelligenza sul modello proprietario.

Una democrazia artatamente asservita ai buchi neri della economia ovvero le banche e gli istituti finanziari,veri e propri artefici della suddivisione medievale di ricchezza e risorse : veri e propri leviatani dai quali, come i buchi neri appunto, non esce nulla, neanche la luce, neanche una informazione oltre l'orizzonte del loro esoterismo.
E tuttavia questi mostri senza qualità la cui unica caratteristica è l'inerzia o la massa monetaria intrinseca, orientano e regolano la vita e la morte delle persone, la loro riduzione in risorse, risorse umane.

La democrazia è ridotta a puro significante, puro suono ad uso televisivo dietro al quale nascondere una bulimica volontà di potere per il potere, senza altro progetto, senza altro scopo se non quello di riprodurre se stessa in un eterno supplizio per gli altri, senza Altro.

In queste condizioni non resterà che il deserto. Il deserto del caucaso e un Prometeo incatenato.
Una "democrazia" asfittica senza idee, senza visionari, senza generosità e senza parole.

La rivoluzione industriale ed il progresso non furono mai merito della politica, se non come tiepida concessione, ma della scienza e della tecnologia e nonostante la politica.
Spesso per merito del sacrificio e l'abengazione al limite del martirio di chi la scienza e l'innovazione la pratica come un entusiasta visionario e con prometeica disposizione.
Oggi c'è bisogno di un'altra rivoluzione, di un altro visionario, di un'altro Prometeo liberato da un Eracle fattosi popolo.

Prometeo contro gli dei di carta, gli dei di oggi, figli deformi di una burocrazia finanziaria totalitaria, una cosmogonia evanescente e residente nell'olimpo degli schermi della TV.
Prometeo si è fatto oggi movimento politico, rete, intelligenza collettiva …

Prometeo incatenato – Prometeo liberato,
è un mito che si scrive storicamente preso in questa eterna ambivalenza, tra libertà e costrizione.
Se le creazioni mitopoietiche rappresentano l'essenza umana in una proiezione psichica è tuttavia storicizzando le mitologie che si possono determinare i destini umani.
Un Prometeo calato nella sua dimensione politica, sembra voler significare l'istanza stessa della ribellione, il ritiro di una delega resa sulla logica del mito per approdare nella parola libera, ovvero nell'ingresso dei cittadini nel "parlamento" dei visionari in europa, nella storia.

Prometeo rubò il fuoco per darlo agli uomini non per tornarlo agli "dei" o a degli idoli surrogati, nemmeno a delle vestali, ma gli uomini, anzi i cittadini, debbono saperlo conservare come un frutto prezioso pena la perdita di autonomia di pensiero della capacità di progettare autonomamente il futuro.

Resposabili attorno al proprio destino, senza leaders, una comunità.
Prometeo è l'archetipo del Homo faber fortunae suae, ovvero in grado di autodeterminarsi, esteso ai popoli ed alla umanità intera quando percorre un moto collettivo di liberazione, una rivoluzione civile.
Come immaginato nel film "la guerra del fuoco" di Annaud.

L'uso autonomo della propria intelligenza mal si concilia con una democrazia  gestita in delega e senza vincolo di mandato, un mandato per giunta reso ad ologrammi su uno schermo o alle ombre proiettate sulla parete della propria caverna gravata da mutuo.
Non c'è nè esercizio di raziocinio nè informazione al caldo tepore di Ballarò.

La propria sovranità non può essere delegata a qualche nuovo millantatore, surrogato di false divinità cui è attribuito un "sapere" e un potere senza vincoli, sia esso nazionale o europeo, che fondi la propria autorità sulla lobotomizzazione mediatica e sulla finanziarizzazione della vita.
Finanza infatti vuol dire solo che le cose non finiscono, vanno e vengono come Prometeo, nessuno, nemmeno Efesto (Vulcano) ha catene abbastanza forti da imprigionarlo e mantenerlo incatenato.
La finanza significa che le cose non "stanno", che il "banco è rotto" dalla sua stessa usura.

Si comincia dall'Europa, il M5S come Eracle (Ercole) che libera Prometeo, l'Italia non può esportare solo manufatti o pessime politiche, si potrà cominciare a riprendere il cammino della storia, la storia democratica dei cittadini.

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La lunga estate

Recensione per Brian Fagan

"…. Ma se tra le società umane la nostra può essere paragonata a una superpetroliera,
allora il suo equipaggio è composto da persone molto poco attente. Soltanto pochi di quelli a bordo (se ne è rimasto qualcuno ndr) sono impegnati nella cura dei motori. Il resto sta vendendo e comperando merci, si sta intrattenendo l'un l'altro, oppure sta studiando il cielo e l'idrodinamica della chiglia. Le persone sul ponte di comando che hanno in mano il timone non dispongono di mappe o previsioni del tempo, e talvolta credono di non averne neanche bisogno; in realtà, sembra che i più potenti abbiano sottoscritto fra loro una teoria secondo la quale le tempeste non esistono, oppure se esistono il loro effetto è benigno, e le onde che diventano più minacciose e gli albatros che si allontanano possono solo essere interpretati come un segno del favore divino. Sono in pochi a credere che le nubi che si addensano all'orizzonte abbiano una qualche relazione con il loro destino, o a preoccuparsi del fatto che ci sono scialuppe di salvataggio solo per un passeggero ogni dieci.
E nessuno osa sussurrare all'orecchio del timoniere che forse farebbe bene a prendere in seria considerazione l'idea di cambiare rotta." (Brian Fagan)

Brian Fagan
Brian Fagan

Fagan tratta in modo antropologico ed archeologico attorno all'effetto che i cambiamenti climatici ebbero ed hanno sull'esistenza stessa delle civiltà lungo il corso della storia degli uomini e di quanto repentinamente sono crollate anche in ragione della loro complessità, presunzione e superstizione.

Un tema quanto mai attuale in una situazione resa più incerta dai cambiamenti del clima relativi all'influenza che l'impatto delle attività umane indubbiamente ha oggi sull'atmosfera terrestre.
Un tema che ha occupato drammaticamente anche la letteratura scritta nell' argilla di quattro millenni fa ma che releghiamo in qualche angolo del nostro rimosso.

La testimonianza lasciata dal nostro kasap Aia nell'Atrahasis sembra ne sia un esempio.

Lo sfondo storico-climatico dell'opera sul quale si innestano le vicende umane e le imprese di divinità quali Enlil (dio per così dire metereologico) ed Enki (divinità emblematica dell'ingegno umano) è in realtà un brusco cambiamento climatico culminato nel diluvio universale. Lo stesso diluvio di cui tratta la Bibbia ma senza spiegarne le ragioni mitopoietiche e storiche: ne danno però ragione Jean Bottero e Samuel Noah Kramer nel loro saggio "Uomini e dei della Mesopotamia" per i tipi dell'Einaudi ed il nostro Fagan.


Oggi il posto che occupa l'agricoltura, il modo di produrre energia, i trasporti, l'azzeramento delle tradizioni locali a vantaggio di una globalizzazione insensata sono tutti "problemi" dietro i quali sembrano celarsi occasioni mancate di intervento da parte di chi regge la barra del timone e non solo quella.
Ciascuno è coinvolto che lo voglia oppure no.
Questo libro, la sua lettura, offre spunti attendibili, oggettivi.
Uno sguardo complessivo che, come tale, facilita l'orientamento in un'epoca come la nostra nella quale si naviga a vista spesso senza vedere oltre la punta del proprio naso.


"La lunga estate"
Come le dinamiche climatiche hanno influenzato la civilizzazione
Codice edizioni, Torino 2005
Edizione speciale per il mensile Le Scienze. 2009
www.lescienze.it


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Benvenuto a Cifre

Veduta di Cifre

Benvenuto a Cifre.

"Cifre" mi è sembrato il nome più adatto per designare l'essenziale di ciascuno, tanto più se "residente" in un luogo virtuale.
La parola cifra è usata, nel linguaggio letterario, per indicare la peculiarità dello stile di un autore, ciò che ne garantisce la interpretazione più autentica, la lettura più originaria.
Viene usata anche per "tratto", "segno", "traccia". Il suo etimo è arabo : "sifr" ovvero zero, nulla. Anche "zefhir": zefiro, soffio.
"Sifr" giunge fino a noi con la numerazione araba, a sua volta mutuata da quella indiana, assieme alla nozione di zero, così immediatamente importante per il calcolo e la matematica.
"Cifra" diviene il nome per tutte le cifre da zero a nove. Ovvero di quei segni, quei "nulla", che sono tuttavia significanti della molteplicità delle cose, astratte e concrete.
E fin qui, sarebbe anche troppo generico.
Infatti, cifre, sono dette inoltre le iniziali del proprio nome e cognome fin anche ricamate sui capi di biancheria e variamente adornate.
Sono anche i "monogrammi" che, similmente al ricamo, sono incisi su di un anello, su di un sigillo, sul colophon di una tavoletta di argilla cuneiforme come su quello di una pagina web, o accanto alla propria URL.
L'ambizione di tracciare il solco per la fondazione della nostro borgo virtuale non poteva che procedere da una divisione, la stessa che insiste tra numero e cifra, tra la quantità delle cose e quel che, pur supponendola, già si volge alla loro qualità, alla loro essenza.
A coloro i quali vorranno risiedere in questo borgo, chiediamo di aprire la loro porta, oltre che i loro uffici, alla libera interlocuzione di chi vorrà incontrarli.
Ai naviganti offriamo un porto etrusco per un approdo lontano dai marosi o dalle nebbie; un punto di incontro agli antipodi degli affollati eremi telematici d'oggi e di domani.
Quel che di essenziale chiediamo è, entrando, di gettare l'inutile zavorra, uscendo, di far di noi parola.
Kasap Aia.

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