Imola 17 – 18 Ottobre

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Attualità del pensiero di Jacques Lacan

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Soggetto e sintomo nella clinica psicoanalitica

lacanjpgSoggetto e sintomo nella clinica psicoanalitica di Jacques Lacan

Nicolò Terminio (Studi Lacaniani – Facebook)

1. «La nostra questione è l’uomo»

Con il suo sforzo teorico e clinico Jacques Lacan ha cercato di garantire un posto per il soggetto. Lacan parte dalle questioni sollevate dall’esperienza analitica e cerca di sviluppare e trasmettere i principi di una prassi che non indietreggi innanzi alle esigenze della clinica. La direttrice che anima il percorso lacaniano mira al cuore della posizione soggettiva e intende render conto di ciò che fa sintomo nell’esperienza del soggetto. (3)
In questo contributo si tenterà di cogliere – a partire dal magistero di J.-A. Miller(4) e dal lavoro svolto nel Campo freudiano – alcuni punti cruciali dell’insegnamento lacaniano. Il lavoro si articola in tre parti: nella prima (parr. 2-4) il concetto di sintomo viene trattato in riferimento a quello di soggetto dell’atto di enunciazione; nella seconda parte (parr. 5-7) il focus argomentativo si sposta dalla dimensione simbolica verso l’esperienza pulsionale del sintomo; nell’ultima parte (parr. 8-9) la teoria lacaniana del soggetto viene approfondita in relazione ai temi di memoria, inconscio e autenticità, evidenziando soprattutto la questione della scelta soggettiva.

2. Sintomo e senso

Lacan inizia il suo insegnamento con il cosiddetto Discorso di Roma dove sottolinea la funzione della parola nel campo del linguaggio.(5) La psicoanalisi si avvicina ai pazienti privilegiando essenzialmente lo strumento della parola, ciò che il paziente dice,(6) ossia una serie di significanti che nella loro concatenazione esprimono un significato. La preminenza data all’esperienza di parola conduce al di là della semplice considerazione – purtroppo tanto diffusa in alcuni ambiti della psichiatria e della psicologia – per cui i sintomi psicopatologici vengono assimilati a dei deficit da riparare o ad epifenomeni del biologico.
La psicoanalisi è invece tutt’altro che la riduzione dell’uomo al solo piano biologico(7) con Freud i sintomi acquistano un significato e non sono semplicemente delle secrezioni bizzarre del cervello.(8) Freud si interessò infatti ad un confronto fra le paralisi isteriche e quelle organiche, cercando di dimostrare che nell’isteria la paralisi e le anestesie si ripartiscono nelle singole parti del corpo in base alla rappresentazione comune che gli uomini hanno del proprio corpo e non in base alla rappresentazione anatomica. L’isteria si configurava quindi oltre che come «un evento di corpo» anche come «un avvento di significazione».(9)

3. L’ipotesi dell’inconscio

«La nozione di soggetto va sicuramente rivista a partire dall’esperienza freudiana».(10) Con queste parole Lacan sottolineava l’importanza del «ritorno a Freud»(11) per riconsiderare lo statuto del soggetto che viene messo in questione dalla psicoanalisi. L’esperienza della cura psicoanalitica evidenzia infatti la dimensione «altra» (inconscia) che abita il cuore dell’io.
Freud ci consegna la nozione di inconscio per chiarire la natura di quelle ragioni, che al di là del campo di giurisdizione dell’io cosciente,(12) delineano la trama simbolica del percorso esistentivo di ciascuno.
«L’inconscio freudiano non è affatto pensabile come l’irrazionale che decompleta il dominio della ragione e che si tratta di emendare, ma è essenzialmente un’altra ragione».(13) L’inconscio, così come Freud lo presenta nelle sue tesi, viene dunque riletto da Lacan come un’altra logica che funziona all’insaputa del soggetto. L’inconscio è un funzionamento ed è strutturato come un linguaggio.(14)
Il riferimento allo strutturalismo da parte di Lacan è volto a dissipare due fraintendimenti storici fondamentali dell’inconscio freudiano, in base a cui esso non sarebbe stato altro che un serbatoio di pulsazioni arcaiche o un’istanza non ancora cosciente, non ancora assorbita dal potere di sintesi dell’io. «Per Lacan l’inconscio freudiano non è ineffabile, né è una forma immaginaria, ma è articolato. Articolato come un linguaggio. E quindi è una struttura simbolica».(15)
In una seduta psicoanalitica la comprensione dei fenomeni clinici rimanda necessariamente alla loro articolazione. E la struttura che sottende il manifestarsi dei fenomeni non è altro che un’ipotesi che viene formulata rispetto ai rapporti che ne regolano l’insorgere. L’inconscio è appunto l’ipotesi freudiana rispetto alla sofferenza del sintomo(16) e si configura come il principio della pratica analitica.
Nella cura psicoanalitica si cerca quindi di decifrare un funzionamento che seppur non evidente si fa sentire nella vita del soggetto per le vie del sintomo: da un punto di disfunzionamento che si ripete nell’esperienza del soggetto (sofferenza-godimento) si arriva a formulare un funzionamento (inconscio-trama significante).

4. Enunciato ed enunciazione

Solitamente durante il primo colloquio un paziente inizia a parlare di una serie di «fatti» che diventano un «problema», problema che si presenta con una certa ripetitività e che si configura come una difficoltà di ordine fisico-corporeo e pratico e/o come una difficoltà psicologica. Un paziente potrebbe anche parlare di differenti situazioni o condizioni problematiche che si ripetono nei contesti e nei momenti più svariati: nella fase preliminare della cura occorrerà quindi che egli possa iniziare a riconoscervi una cifra comune. Quest’elemento comune ai diversi problemi è infatti quel fattore che trasforma i fatti in problema soggettivo. Ne consegue che nell’osservare la descrizione del sintomo occorre reperire il «significato» particolare che assumono certi fatti nella vita del paziente fino a trasformarsi in problemi.
In una cura bisogna dunque aiutare il paziente a isolare quegli eventi e quei detti che hanno avuto un ruolo chiave nel suo percorso esistentivo. Una paziente può riferirci di aver compiuto una certa scelta nella sua vita perché le era stato detto che «stava dando le perle ai porci». Non basterà però enucleare i punti cruciali del suo discorso per comprenderne il significato: infatti, come mai una frase come quella riportata sembra avere un tale potere di determinazione nella scelta della nostra paziente? Attorno a questa frase occorrerà invitare la paziente ad articolare una trama discorsiva che ci consenta di inferire l’«uso», il «significato» di quella serie di «significanti». Un significante assume infatti significato solo nel suo rimando ad un altro significante: il significato è effetto della catena significante, è prodotto dalla rete dei significanti.(17)
Inoltre il significante in quanto segno linguistico differisce dal «segnale» e non corrisponde mai in modo univoco al significato (polisemia del significante). Dalla non coincidenza tra significante e significato scaturisce la presenza di un «resto» che rimane insaturo rispetto al potere rappresentativo del significante, è quell’al di là del senso che ci consente di osservare la «significazione» particolare che ricevono certe frasi o eventi relazionali. Lo stesso evento può avere effetti e risonanze opposte in soggetti diversi. Oltre ai detti, osserviamo il dire del soggetto, l’«enunciazione» a cui rimandano i suoi «enunciati».
Il soggetto dell’enunciazione non è il soggetto padrone del senso, appare semmai nel margine di non coincidenza tra significante e significato. Sebbene il significato sia effetto del significante, non cessa di sottrarsi alla sua presa: c’è sempre uno slittamento del senso che consente ad ogni enunciato di caricarsi di una significazione peculiare. L’enunciazione è la tensione che proietta il dire oltre gli enunciati. Le parole che il soggetto pronuncia sono pronte a caricarsi di una significazione che, nonostante sia effetto della serie dei significanti, non può compiersi del tutto nel REGISTRO del significante.
La catena significante è dunque concepibile come una trama sintattica che dà un ordine formale a dei simboli senza riguardo per il loro significato. L’apparente non-senso espresso da un lapsus può infatti originarsi perché c’è un piano sintattico che sovradetermina la manifestazione semantica di un enunciato. Chi è il soggetto del lapsus? Non è il soggetto che sa ciò che vuole dire, c’è un’intenzione a dire (enunciazione) che supera il soggetto padrone del senso. Oppure, spostandoci su un versante più clinico: chi è il soggetto di un pensiero tormentoso che ostacola un paziente nel raggiungimento dei suoi obiettivi e che si fa ancora più forte proprio quando più si avvicina ad essi? La psicoanalisi ritiene che tali manifestazioni non siano frutto di un disfunzionamento neurocognitivo, ma che piuttosto siano l’indice di una divisione soggettiva che separa il sapere che un soggetto ha su di sé dalla sua verità.(18)
In analisi il piano dell’enunciazione viene esplorato mediante l’«associazione libera da rappresentazioni finalizzate»(19) il paziente parla liberamente senza pensare al fatto che ciò che dice sia coerente, logico o sensato. Il principio che sta alla base del dispositivo analitico si fonda sulla formula seguente: «quel che tu dici va al di là di quel che tu sai». In una cura analitica il soggetto non è condotto alla saturazione del «più di senso» che può assumere il suo discorso, l’enunciazione che può scaturire dall’articolazione dei significanti è infatti un aspetto costitutivo dell’essere parlante.

5. L’articolazione dei significanti e il «reale» del sintomo

Quando ascoltiamo la storia di un soggetto possiamo considerare i significanti come i pezzi di una scacchiera. La loro caratterizzazione dipende dalle regole del gioco (la struttura dell’inconscio), regole che ne determinano la funzione. Non importano quindi la forma e l’immagine che hanno i pezzi, ma quello che fanno: ecco perché il padre di cui può parlare un paziente non coincide con il significante paterno.
La «costruzione del caso clinico» consiste nella trasformazione di alcuni «pezzi» in elementi discreti e isolabili. Questi elementi-significanti occupano dei posti e si muovono secondo certe regole: inferiamo tali regole dall’osservazione di questa articolazione di movimenti in cui riscontriamo l’invarianza di certi rapporti strutturali.(20) L’anamnesi e la storia di un soggetto possono essere dunque intese come un «dispiegameno di significanti».
I matemi lacaniani e l’articolazione della trama significante sono il tentativo per estrarre quelle leggi attraverso cui leggere l’enigma del sintomo, ma anche tutte le altre «formazioni dell’inconscio». Le manifestazioni dell’inconscio – sogni, sintomi, lapsus, atti mancati, etc. – si configurano sia come un enigma cui rispondere sia come segno di un’enunciazione in cui un soggetto è coinvolto, senza saperlo. A differenza delle altre formazioni il sintomo ha uno statuto temporale diverso, esso cioè ritorna a manifestarsi nella vita del soggetto con un certo carattere ripetitivo. Tale «coazione a ripetere» segue le leggi dell’inconscio, ma trova il suo motivo di ripetizione in un reale corporeo e pulsionale non completamente metabolizzabile nell’universo simbolico.(21)

6. L’oggetto della psicoanalisi

La psicoanalisi non cerca di ricostruire il «codice della langue»(22) come si propone la linguistica e neppure intende classificare le unità semantiche o narrative proprie del mondo delle passioni, ma concerne piuttosto la decifrazione di un punto di discontinuità nell’esperienza dotata di senso.
L’oggetto della psicoanalisi è dunque un punto di inciampo nel fluire della vita del soggetto, è un «vuoto» che, con una certa ripetitività, emerge al di là del senso. Lacan chiama «verità» il luogo simbolico aperto da questa faglia, poiché si apre una questione-sintomo che interroga il soggetto e che in quanto interrogativo si articola in elementi discreti e isolabili, come quelli di un messaggio.(23) E i referenti di questa questione-messaggio sono il desiderio e il godimento.
Desiderio e godimento indicano la doppia eccedenza del soggetto rispetto all’ordine significante. La dimensione del desiderio apre il soggetto a un movimento di trascendenza, alla ricerca di una soddisfazione che rimanda sempre ad altro: il desiderio è un dire che non si lascia condensare in nessun detto. Il desiderio rimane comunque in dialettica con l’Altro, il godimento segnala invece la fissazione ad un soddisfacimento che disarciona l’incidenza del significante sul soggetto.(24)

7. Il godimento

Il godimento non è il piacere, ma esprime semmai la soddisfazione nel dispiacere, un parodosso soggettivo per cui si arriva a dire dei propri sintomi: «non ne posso più ma non ne posso fare a meno». Con il costrutto di godimento (jouissance) si indica una «soddisfazione autodistruttiva, maligna, spinta libidica irresistibile verso qualcosa che arreca al soggetto una sofferenza che lo fa godere».(25) In riferimento alla clinica, questa pulsione autodistruttiva – la pulsione di morte di Freud – è rintracciabile per esempio nella relazione del masochista con il partner o nel rapporto dell’anoressica con il cibo. La costruzione del caso ha come focus questo godimento, tornaconto paradossale del sintomo che nel colloquio possiamo dedurre da frasi simili: «godo nel vedermi soffrire mentre immagino che …».(26)
Il godimento è quel resto che nell’esperienza del soggetto rimane sordo al potere del senso e della parola. La pulsione rappresenta dunque nell’esperienza del soggetto la presenza di una dimensione che risulta inassimilabile al senso e che appartiene semmai all’insensatezza delle scelte umane, che sembrano così sfuggire alla teleologia del principio di adattamento. Il godimento è il correlato pulsionale (Reale) di un eccesso che surclassa la temperanza del significante (Simbolico).
Questo rapporto tra significante e pulsione attraversa tutto il pensiero di Lacan, tanto che Jacques-Alain Miller ne ha riproposto una lettura considerando il posto che di volta in volta, nel corso degli anni, Lacan assegna al godimento.(27) Il godimento è quel fattore che fa sì che l’interpretazione analitica non possa esaurirsi nel «circolo ermeneutico», in quanto deve confrontarsi innanzitutto con il carattere pulsionale del sintomo.(28) È questo il punto che caratterizza il focus della pratica psicoanalitica lacaniana: «in fondo il problema del caso è come una pratica simbolica, come quella della psicoanalisi, possa interferire e modificare una pratica pulsionale […]. Quindi la difficoltà del caso è misurare l’azione del simbolico nel modificare, nel trattare la spinta della pulsione».(29)

8. Il soggetto e l’Altro: memoria, inconscio e autenticità

Quando si osserva il rapporto del soggetto con la trama significante (il campo dell’Altro) si considerano le vicissitudini delle identificazioni che hanno guidato il paziente nella sua storia. È in questo senso che «un significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante»(30) lo inserisce in una trama, in una catena di identificazioni, di significanti con cui rappresentarsi.
Uno dei punti centrali della teoria di Lacan consiste nell’illustrare come sia possibile salvaguardare la libertà del soggetto al di là delle determinazioni storico-sociali-familiari dell’Altro, di quel «grande Altro» che configura lo sfondo simbolico dell’esistenza del soggetto. L’esperienza della psicoanalisi implica dunque l’assunzione della propria responsabilità rispetto a questa dimensione che sovradetermina la progettualità del soggetto.
L’assunzione della responsabilità del proprio desiderio inconscio non coincide però soltanto con il recupero del capitolo censurato dalla coscienza, né con la ricostruzione della memoria storica del soggetto. La psicoanalisi di Lacan si muove infatti verso un altro concetto di temporalità. Come ci fa notare Recalcati, «il tempo storico piuttosto si riferisce all’influenza che sul pensiero di Lacan hanno esercitato Essere e tempo di Martin Heidegger e L’essere e il nulla di Jean-Paul Sartre. Più precisamente, l’obiettivo di Lacan è quello di provare a ripensare Freud con Heidegger e Sartre».(31)
Nel primo insegnamento di Lacan la psicoanalisi si configura come un’esperienza dove un soggetto può risignificare gli eventi della sua storia, ricostruire «l’altra ragione» del proprio percorso esistentivo dando al passato il senso delle necessità future. Pro-gettare (Ent-werfen) un mondo apre dunque all’uomo la possibilità di esistere e di trovare nella tensione del progetto la sua autenticità. Il soggetto è un continuo oltre-passamento (Über-stieg), un movimento fuori di sé: in quanto trascendenza esprime il suo Dasein come essere-nel-mondo.(32)
Quando Heidegger introduce il suo discorso sull’Esserci (Dasein) parla della condizione dell’esser-gettato (Geworfenheit). L’esser-gettato costituisce per il soggetto un’apertura preliminare all’esistenza, un’esistenza che muove i suoi passi da una condizione originariamente predeterminata e quindi inautentica. Gli altri hanno già formulato una visione delle cose, una cultura in cui l’Esserci si trova immerso senza aver avuto possibilità di scelta: questo mondo già dato fornisce al soggetto gli strumenti (i significanti potremmo dire in termini lacaniani) per rappresentarsi e affrontare la realtà, ma allo stesso tempo è come se pre-definisse anche la trama su cui si staglierà il proprio modo di essere.
Lacan riprende proprio in questo punto la lezione heideggeriana a proposito del Linguaggio, del Simbolico che costituisce la dimensione basale dell’esistenza del soggetto.(33) La dimensione storico-sociale del soggetto – quella del Si impersonale dei «si dice», «si crede», «si fa così» – rischia però di obnubilare l’opportunità per il Dasein di manifestarsi come progetto autentico: il Linguaggio da «casa dell’essere» può così trasformarsi in una forma di mistificazione, di inganno. La strada verso l’autenticità impone dunque all’uomo la responsabilità di una decisione (Ent-scheidung) per potersi emancipare dall’anonimato del Si. Per Heidegger infatti «la decisione è una modalità eminente di apertura dell’Esserci».(34)
Perché l’uomo rifugga da una situazione impersonale, determinata dalla dittatura del Si, è necessario che acceda ad una dimensione estranea alla chiacchiera del conformismo quotidiano. Dunque, la questione dell’autenticità del progetto implica l’assunzione da parte del soggetto di un atteggiamento etico, inteso qui come apertura all’ex-sistentia. (35)
Nel pensiero di Lacan l’inconscio, «strutturato come un linguaggio», è il discorso dell’Altro, ossia la trama simbolica in cui il soggetto sorge come effetto del significante.(36) La costituzione del soggetto si realizza infatti nella sua dipendenza significante rispetto al luogo dell’Altro.(37) «Se si coglie il soggetto dell’inconscio nella sua nascita nel campo dell’Altro, la sua caratteristica è di essere, sotto il significante che sviluppa le sue reti, le sue catene e la sua storia, in un posto determinato».(38) L’inconscio dunque, in quanto discorso dell’Altro, costituisce per il soggetto la dimensione impersonale del Si con cui egli sarà portato a confrontarsi. Ci riferiamo ai detti e alle vicissitudini del rapporto con l’Altro che hanno veicolato le rappresentazioni del mondo e che, allo stesso tempo, hanno permeato la modalità esistentiva del soggetto.
Il discorso dell’Altro è il discorso dell’inconscio perché opera nella vita del soggetto a sua insaputa. Ricordiamo che l’inconscio è l’ipotesi freudiana rispetto alla sofferenza del sintomo: qualcosa segnala al soggetto che egli è là dove non pensa, il sintomo segnala un’intenzionalità diversa rispetto a quella cosciente: un paziente può dire che vuole star bene con la moglie, ma nel momento in cui le si avvicina si intensifica un pensiero tormentoso che lo fa allontanare. Lo stesso paziente può anche accorgersi che tuttavia è lui che ricerca questo pensiero, come se si trattasse di una strana dipendenza.
È di fronte a fenomeni simili che la teoria di Lacan distingue il soggetto dell’enunciato (le moi), padrone dei suoi detti, dal soggetto dell’enunciazione (le je), che apre una faglia nell’egemonia dell’Io.(39) L’Io cosciente (le moi) funziona perché è gettato in un mondo storico-sociale che gli preesiste, ma si potrà parlare di Soggetto autentico (le je) soltanto quando avverrà un posizionamento singolare nella dimensione simbolica (e universale) in cui ognuno si trova immerso. Il soggetto sorge dunque dalla trama dell’inconscio, che si configura come quell’Altro che abita il cuore dell’Io.
Preservare il discorso dell’inconscio ha quindi una valenza cruciale per la possibilità di ogni soggetto di rivolgersi al proprio destino in modo intenzionale, e non «alienato», come direbbe Lacan.(40) Dire soggetto vuol dire fare i conti con l’inconscio e garantire al soggetto l’incontro con la matrice simbolica che fissa i suoi rapporti con il reale.

9. La scelta del soggetto

Come si è detto fin qui, il piano dell’inconscio emerge nello scarto che nell’essere parlante (parlêtre) si apre tra i suoi detti e il suo dire, tra ciò che dice di se stesso e ciò che «parla in lui» (ça parle) a sua insaputa. Il soggetto della significazione non coincide dunque con la soggettività padrona del senso. Il piano della significazione si manifesta infatti come un’eccedenza rispetto al significato. E non si tratta soltanto di uno scarto o di un vuoto irrappresentabile, del limite della rappresentazione o di ciò che sfugge al carattere ermeneutico della cura, ma si tratta anche di una zona di incandescenza, di un eccesso di godimento. Questo vuoto irrappresentabile e incandescente è il reale del soggetto, è la sua particolarità: è il solco singolare tracciato dalla pioggia caduta dalla nube dell’Altro.
All’origine del soggetto ritroviamo la presenza dell’Altro, il soggetto è infatti effetto del significante, ma d’altra parte il soggetto nasce come evento singolare irriducibile all’universale del significante, come impronta unica e irripetibile che evidenzia l’effetto contingente dell’incontro con l’Altro.
C’è dunque una parte del soggetto che non viene prefigurata dalla matrice simbolica dell’Altro. È in questo senso che possiamo dire che il soggetto è determinato e, al contempo, escluso dall’ordine significante: esso nasce infatti come segno della discontinuità rispetto alla predeterminazioni dell’Altro. Nella dialettica tra universale e singolare, tra struttura e soggetto, emerge dunque una faglia incolmabile che stabilisce il carattere aleatorio e contingente dell’esistenza.
«In Lacan ritroviamo questa doppia tensione che caratterizza le filosofia dell’esistenza. Il soggetto lacaniano è strutturato dal linguaggio (è un soggetto del senso) ma è al tempo stesso, proprio perché preso nel linguaggio, marcato dall’impossibilità di sanare la lesione che lo costituisce come una mancanza a essere, come irriducibile al senso».(41)
Se all’inizio del suo insegnamento Lacan credeva di riuscire a significantizzare tutti gli aspetti dell’esperienza, nelle diverse scansioni del suo percorso teorico, arriverà a concettualizzare, attraverso la nozione di «discorso»,(42) una «struttura»(43) che contempla l’articolazione degli elementi significanti con un elemento che seppur non significante è inserito in un circuito simbolico, orientandone addirittura l’economia di funzionamento. Si tratta dell’invenzione lacaniana: l’oggetto a.(44) L’oggetto a, che ex-siste al di là della parola, afferra il reale del godimento e si fa oggetto causa di desiderio, «la passione unica che orienta e calamita il desiderio del soggetto».(45)
L’ultima fase dell’insegnamento di Lacan è contrassegnata dall’erosione delle determinazioni dell’Altro, ciò che emerge sempre più è la mancanza dell’Altro. Nell’Altro «non cessa di non scriversi» il significante in grado di nominare l’essere del soggetto. Il soggetto non è rappresentato del tutto dal significante. Lacan mette così l’accento su «un’etica della contingenza, dell’incontro, dell’aleatorietà, per la quale ciò che radicalmente non si scrive – ovvero l’impossibile della struttura, l’impossibile del rapporto sessuale – può dare luogo ad una sospensione, può arretrare sullo sfondo e come sfondo rendere possibile l’emergere di nuove figure».(46)
Si inserisce qui «l’apologo della pioggia» di Lacan e il ruolo della «deviazione come marca della singolarità».(47) Nella caduta verticale della pioggia – che scende dalla nuvola, dal luogo dell’Altro – si inserisce «una deviazione, il clinamen»,(48) una goccia che in modo trasversale cambia quella direzione, quell’impasto tra senso e pulsione che fino ad allora appariva sintomaticamente immutabile. Lungo questo cammino il singolo soggetto potrà così finalmente scegliere il modo con cui tracciare, contornare la particolare singolarità che ritorna come mancanza dell’Altro.
È per questo motivo che il già detto in altre cure, con altri pazienti, ma anche ciò che viene prescritto dai protocolli standard, si rivela insufficiente rispetto a questa zona che rimane insatura rispetto alle predeterminazioni dell’Altro. Le soluzioni rispetto al reale sono singolari, valgono solo caso per caso, e nel caso un paziente assuma come proprie le indicazioni del terapeuta non farebbe altro che inoltrarsi per via mimetica in un percorso che non sarà il suo, se non per via immaginaria e illusoria. La sublimazione (freudiana) è una pratica simbolica che non si adatta ai clichés – al Si impersonale dei «si dice» – ma esige che ogni soggetto si assuma il peso e la responsabilità di fare i conti con il Reale, che con Lacan definiamo come «ciò che non va».
Le interpretazioni dell’analista sono degli interventi che mirano a condurre la cura del soggetto di fronte al Reale. La posizione dell’analista si fa quindi garante di una dimensione irriducibile al senso: nel buco simbolico che abita il sistema dei sembianti risiede la causa del Reale che incalza nella vita del soggetto e che attende che il soggetto lì si realizzi.(49) Il richiamo freudiano Wo Es war, soll Ich werden – reso da Lacan: «Là dove era, là oú c’était, l’Ich […] il soggetto deve avvenire»(50) – ci riporta dunque alla possibilità del soggetto di scegliere e di rimettersi in gioco al di là di ogni predeterminazione storica o biologica. «Il tempo della scelta del soggetto – come ci ricorda Recalcati – si determina come irriducibile sia al tempo biologico, sia a quello delle determinazioni dell’Altro, pur avendo come sue condizioni l’uno e l’altro. Si tratta di un tempo etico dove il soggetto può davvero nascere una seconda volta».(51)
Alla fine di un’analisi il soggetto è portato a scegliere, a farsi carico della sua «passione unica», di quell’enunciazione che proietta la soddisfazione del desiderio al di là di ogni enunciato. La soddisfazione del proprio desiderio può però realizzarsi solo sullo sfondo di una perdita: nell’assunzione della propria particolarità si perde infatti la tutela, la garanzia dell’Altro, ci si muove in quel «campo lacaniano» dove non tutto è scritto e dove qualcosa può cessare di non scriversi. Tracciare la lettera singolare del proprio desiderio non implica però un’esclusione dell’Altro – la psicoanalisi rimane nel «discorso della civiltà» – ciò che viene perso è «l’Altro dell’Altro», la garanzia assoluta, la valenza totalitaria delle determinazioni dell’Altro. La scelta del soggetto avviene allora sullo sfondo di un «impossibile a dire» e conduce ad un autentico rapporto con l’Altro, poiché sulla base della sua inconsistenza, ossia nell’impossibilità dell’Altro a chiudersi sul soggetto fino a diventare Uno, emerge la sua radicale alterità.

 

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La Torpedine di Jacques Lacan

Torpedine650

“La torpedine, e poi colui che la tocca e cade stecchito, è evidentemente, e senza saperlo al momento in cui si fa la metafora, l’incontro di due campi non accordanti tra loro, “campo” da intendere qui nel senso di campo magnetico.
Vi farò notare che quel che qui siamo arrivati arrivati a toccare sfocia sul termine “campo”, proprio quello che ho usato io quando ho detto: “Funzione e campo della parola e del linguaggio”. Il linguaggio è costituito da quella che l’altro giorno ho chiamato “lalingua”. Considerare questo campo come la chiave dell’incomprensibilità è precisamente quello che ci permette di escludere ogni psicologia.
I campi di cui si tratta sono costituiti dal reale, reale come la torpedine e come il dito di un innocente che la tocca.
Non è perché ci accostiamo al matema per le vie del simbolico che non si tratta del reale.
J. Lacan “Io parlo ai muri”

Non è per caso che Lacan, unico tra gli psicanalisti, è stato invitato a tenere una conferenza all’istituto Max Planck.
È in perfetto accordo con la teoria dei campi quantistica e relativistica.
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Nessun Pericolo, siamo in emergenza

L'emergenza può passare attraverso una metamorfosi, una transizione di fase, non sempre indolore.

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Il rospo e le forze dell’ordine

Vito Catozzo e la difesa delle istituzioni

Lunedì 23 giugno arriverà in aula alla Camera dei deputati una mozione concernente i tagli alle forze di pubblica sicurezza.
A proposito della mozione (Mozione 1/00480) a firma Dambruoso Stefano (gruppo scelta civica per l’Italia) del 26/05/2014 : da me interrogati alcuni operatori di polizia rispondono che

“questa è una delle tante iniziative parlamentari che, il più delle volte, non approdano a nulla, proprio come la Commissione istituita il 28 giugno 2011 citata (senza scordarsi che la costituì il ministro dell’Interno Maroni che ebbe cura di disinteressarsene subito dopo…)”

e che “il sistema della sicurezza pubblica, a carico dello Stato e solo marginalmente degli Enti Locali, nel nostro paese abbia bisogno di una profonda revisione è cosa certa ma è altrettanto vero che è uno dei fronti dove maggiori sono le resistenze di forze e corporazioni che hanno sempre ostacolato i processi (democratici) volti al cambiamento”.

La mozione che si apre con “…la legge 10 aprile 1981, n. 121, ha rappresentato nella storia del nostro Paese un momento di crescita e di ammodernamento delle istituzioni repubblicane in quanto ha introdotto, nell’amministrazione della pubblica sicurezza, quelle innovazioni necessarie a favorire la stabilità del sistema politico e a rendere più efficienti gli organi di polizia” , una introduzione cioè  fuorviante fin dal suo incipit.

FAVORIRE LA STABILITA’ DEL SISTEMA POLITICO infatti non è propriamente l’obiettivo delle forze dell’ordine il quale è quello invece di promuovere l’ordinato svolgersi della convivenza civile tra cui c’è anche quello delle attività politiche propriamente dette e la difesa delle istituzioni che da queste derivano nel rispetto della Costituzione.
Promuovono, insomma, l’ordinato svolgersi (uno svolgersi) di un cambiamento nei modi previsti costituzionalmente.
Questo tema della “stabilità” tanto caro alla più alta carica dello stato è di fatto la radice gattopardesca di un sistema nella sostanza immobile (nemmeno conservatore) cui non interessa che marginalmente l’efficienza e l’efficacia del sistema pubblica sicurezza.
Unico obiettivo sarà quello di far digerire, con promesse per il futuro e tagli nel presente, agli operatori di pubblica sicurezza l’ennesimo rospo.
Le promesse da marinaio sono :
a) sviluppo di progetti di edilizia abitativa per la realizzazione di alloggi per le famiglie del personale;
b) apertura di asili nido all’interno o nei pressi degli alloggi di servizio del personale;
c) creazione di centri medici specialistici per il personale e i rispettivi familiari.
Consci dell’ormai insostenibilità del loro arroccamento tentano, ormai con mezzi obsoleti, di ingraziarsi quelle che ritengono essere “le loro truppe” poste a difesa di un fortino fatto di privilegi che li tuteli, assieme al loro novello eroe di carta Renzi, dalla giusta (e ordinata) collera popolare.

 

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Chi è Nigel Farage

Ambrose-Evans-Pritchard

Ambrose Evans-Pritchard


Alessandro Bianchi de “L’antidiplomatico” intervista Ambrose Evans-Pritchard. International Business Editor of The Daily Telegraph.

A.B.: La stampa italiana sta presentando l’UKIP come un partito di estrema destra, xenofobo, omofobo e antisemita. Il suo leader, Nigel Farage, più o meno come il successore di Hitler. Possibile che il 30% degli inglesi abbiano votato questo pericolo per la plurisecolare democrazia britannica?

A.E.P.: Conosco personalmente Nigel Farage da oltre 15 anni. Quando l’Ukip aveva solo tre seggi al Parlamento europeo, cenavamo una volta al mese a Strasburgo e ho avuto modo di approfondire le sue idee e i suoi valori. Non è assolutamente un partito fascista, razzista o xenofobo. E’ una follia affermarlo. Farage ha creato un meccanismo che impedisce l’accesso a tutti coloro che vogliono iscriversi al partito con un passato di questo tipo e che prevede l’espulsione immediata per chi dall’interno si macchia di episodi di razzismo. La strategia e la politica dell’UKIP è di bloccare ogni forma di discriminazione. Non so dall’Italia dove prendano le informazioni a sostegno di queste tesi, ma basta pensare al fatto che Farage ha chiarito come un’alleanza con il Fronte Nazionale sarebbe per lui impensabile, perché all’interno di questo partito francese ci sono alcuni esponenti con un passato di antisemitismo. Per quel che riguarda la politica interna, l’Ukip costringerà il partito conservatore di Cameron – che è personalmente pro-Europa rispetto ad un’ala sempre più influente di Tory che la pensa come l’Ukip – a cambiare posizione perché il messaggio a Bruxelles nelle ultime elezioni è stato chiaro: il popolo britannico non tollera più una perdita di sovranità continua.

A.B.: Nonostante la propaganda della “luce fuori dal tunnel” o “anche la Grecia ha girato l’angolo”, la situazione economica della zona euro resta particolarmente difficile. Qual è la sua opinione sul futuro prossimo dell’area e quali sono i fattori di destabilizzazione più pericolosi?

A.E.P.: L’economia italiana si è contratta nel primo trimestre dell’anno e la ripresa, a differenza di quello che avevano annunciato, semplicemente non sta avvenendo. Lo stesso accade in Olanda, in Portogallo e in Spagna. La sola ragione per cui c’è un’apparente crescita in Spagna è il modo in cui viene ora calcolato il Pil. Un’analisi accurata mostra, tuttavia, come anche Madrid non sta crescendo e tutti i paesi del sud, in ultima analisi, si stanno contraendo, con la Francia che è in stagnazione. Si tratta di una situazione paradossale se si ragiona in un quadro di ripresa globale ormai consolidata: se a 5 anni dalla crisi Lehman Brothers e con un contesto internazionale migliorato, l’economia dell’area euro non è ancora al sicuro e ha ancora una situazione di disoccupazione di massa drammatica e duratura vuol dire che c’è qualcosa di profondo che non funziona. In Italia, ad esempio, la disoccupazione giovanile è al 46% e questo in una fase di espansione globale. Riflettete su questo: a 5 anni dall’inizio della ripresa globale dopo la crisi Lehman Brothers, la disoccupazione giovanile in Italia è al 46%! E’ il tragico risultato delle scelte perseguite all’interno dell’Unione Europea e nella zona euro. Detto in altri termini è l’inevitabile suicidio di scegliere contemporaneamente politiche fiscali e monetarie restrittive. Questo, perlopiù, in una fase in cui le banche hanno ristretto l’accesso al credito all’economia reale per rispettare i nuovi regolamenti e la contrazione dei prestiti ha portato al fallimento di un numero incredibile di piccole imprese in Italia e in tutta l’Europa del sud. Anche nel Regno Unito abbiamo utilizzato misure di austerità fiscale, ma accompagnate da una grande spinta monetaria e lo stesso è accaduto negli Usa. In Europa si è scelto il suicidio economico di intere nazioni.

A.B.: E in più c’è un contesto di inflazione molto bassa e deflazione per l’Europa del sud nello sfondo, che in pochi sottolineano a sufficienza. Cosa significa questo per l’Italia e quali scenari dobbiamo ipotizzare?

A.E.P.: Per quel che riguarda l’Italia l’errore è proprio quello di considerare solo il Pil reale nelle valutazioni economiche che si compiono: quello che conta per Italia, Spagna, Portogallo è soprattutto il Pil nominale. Il problema è che in un mondo di bassa inflazione o deflazione, il Pil nominale cala drammaticamente e il peso debitorio esistente diventa semplicemente non sostenibile. E’ un problema drammatico per l’Italia che oggi ha il debito pubblico al 133% del Pil, mentre quello privato è più sostenibile rispetto a Portogallo e Spagna. La contrazione del Pil nominale italiano è stato di 20 punti lo scorso anno, ma non avrebbe mai dovuto superare i tre-quattro punti. E’ un fallimento politico di proporzioni storiche e non sarebbe mai dovuto accadere. La riduzione del debito pubblico e privato per i paesi del sud è praticamente impossibile in una situazione di deflazione. Ho intervistato recentemente l’ufficiale del Fmi nelle operazioni della Troika in Irlanda e lui mi ha detto che Italia e Spagna per avere un debito sostenibile nel medio periodo hanno bisogno di un tasso d’inflazione della zona euro al 2% per oltre cinque anni consecutivi. E questo è confermato in una serie di paper del FMI che hanno sottolineato come la traiettoria del debito sia fuori controllo in un contesto di bassissima inflazione. Del resto, sono dinamiche molto note nella scienza economica e sono quelle che Irwing Fisher ha descritto nel 1933, quando sosteneva come era la deflazione ad aver causato la Grande Depressione. E’ esattamente quello che sta accadendo oggi: il debito diventa sempre più insostenibile e le bancarotte sono inevitabili. Cosa sta facendo la Bce di fronte a questa situazione drammatica? Abbiamo un’espressione in inglese che descrive molto bene la situazione economica paradossale attuale dei paesi del sud: “E’ un danno se lo fai ed è un danno se non lo fai”. Se la periferia della zona euro ha successo nell’adempiere a quanto prescritto da Bruxelles-Berlino-Francoforte crea una situazione di svalutazione interna e per riguadagnare competitività con la Germania si abbatte il Pil nominale, rendendo fuori controllo la traiettoria del debito. Se raggiungi quello che Bruxelles ti sta chiedendo, in poche parole, vai in bancarotta. E’ la conseguenza del “successo”. Non so se le autorità monetarie europee si siano mai poste questa domanda: perchè hanno imposto queste politiche ai paesi se il loro successo rende la situazione peggiore di quella precedente? La Bce non rispetta in modo continuativo e con una differenza enorme né il target del 2% di inflazione dell’area, né la quantità di moneta M3 che dovrebbe essere in circolazione. Perchè non rispetta i suoi obiettvi? Esiste una ragione credibile a livello economico sul perché la Bce non vuole raggiungere gli obiettivi di politica monetaria e per un periodo così lungo? No, non c’è.
Le persone non comprendono ancora bene i drammi che la deflazione produce per un paese come l’Italia. Meglio quindi fare un esempio numerico, è un calcolo matematico su cui convergono diversi studi, ad esempio uno molto accurato di Bruegel: l’1% di inflazione in meno per la zona euro significa che l’Italia deve avere un extra surplus di budget di un ulteriore 1,3% solo per ottenere gli stessi obiettivi. E’ un calcolo matematico. Il target è del 2% e quindi un’inflazione prossima allo zero costa all’Italia il 2,6% del Pil per raggiungere lo stesso obiettivo che potrebbe essere raggiunto se solo la Bce rispettasse gli obiettivi imposti dai Trattati. Questa situazione di bassissima inflazione è disastrosa per il futuro economico dell’Italia.

A.B.: In questo scenario, l’euro è ancora a rischio?

A.E.P.: Quando Mario Draghi ha lanciato il programma OMT – “Outgriht Monetary Transactions” – nell’agosto del 2012 è cambiato tutto. L’euro stava per fallire a luglio, con Italia e Spagna che erano in una grande crisi di finanziamento del proprio debito e la moneta unica era molto vicina al collasso. Angela Merkel stava pensando di espellere la Grecia dalla zona euro e solo quando ha accettato che ci sarebbero stati troppi pericoli per il contagio di Italia e Spagna, Berlino ha accettato il piano ideato dal ministero delle finanze tedesco, che si è trasformato poi nel programma OMT. Ho parlato a Londra con un alto dirigente di quel ministero a luglio di quell’anno e mi ha detto che “nulla vola nella zona euro al momento senza il nostro permesso”. Chiaramente la Germania stava controllando la politica della zona euro in ogni singolo aspetto. In quella fase stavano preparando l’OMT e due settimane dopo Draghi ha fatto il famoso discorso del “whatever it takes”.
Poche persone hano compreso bene questa fase storica: non è la Bce, ma la Germania che ha cambiato politica, trasformando l’istituto di Draghi in una prestatore di ultima istanza. Da allora la crisi della zona euro è completamente diversa e non c’è più il rischio che l’euro possa esplodere per un fallimento bancario. Ma bisogna stare attenti perché la Corte costituzionale tedesca ha stabilito che l’OMT di Draghi rappresenta una violazione dei trattati e potrebbe essere ultra vires. Quindi la domanda è: quel programma può essere davvero attivato in caso di necessità?
Il pericolo sistemico esiste ancora e si può arrivare ad una rottura per ragioni differenti: i paesi del sud vivranno una situazione di depressione economica permanente, che produrrà danni ai settori industriali nevralgici per la vita dei diversi paesi e una situazione politicamente insostenibile nel lungo periodo. Le elezioni di partiti radicali potrebbero quindi forzare il cambiamento e modificare l’intero progetto. Quando in Francia a vincere è un partito che, una volta al potere, vuole – come mi ha confermato Marine Le Pen in un’intervista – ordinare al Tesoro francese di attivarsi per il ritorno immediato al franco, la questione rimane centrale nel dibattito. Come reagiranno ora i gollisti e i conservatori moderati a questo messaggio del popolo francese alle elezioni europee e alla distruzione dell’industria storica francese? Se il Fronte Nazionale dovesse vincere le elezioni, la Francia non rispetterà il Fiscal Compact e questa ridicola legislazione decisa da Bruxelles. Gli altri partiti non possono più ignorarlo.

A.B.: Cosa accadrà secondo Lei nella zona euro nei prossimi cinque anni?

A.E.P.: Ci sono due possibili vie: i paesi della periferia comprenderanno che la permanenza nella zona euro richiede un numero di sacrifici non più tollerabili e decideranno di uscirne; oppure, ad esempio insieme all’Olanda che è in una situazione similare, prenderanno possesso in modo coordinato delle istituzioni che controllano la politica economica dell’UE, imponendo il cambiamento in linea con le loro esigenze. Sarei molto sorpreso se si realizzasse quest’ultima alternativa, dato che questi paesi non hanno certo il coltello da parte del manico e già in passato Hollande ha fallito nel creare un consenso con i paesi mediterranei. Ma anche se dovessero riuscirci, il rischio della zona euro sarebbe poi l’opposto, vale a dire un’uscita della Germania, che non accetterebbe mai politiche inflazionistiche.
Il problema centrale all’origine di tutta la crisi della zona euro è il conflitto fondamentale d’interesse e di destino tra i paesi del sud e la Germania su come risolvere l’immenso gap di competitività. Questa questione rimane irrisolta e, secondo me, è semplicemente senza soluzione. I paesi del sud sono costretti ad una permanente svalutazione interna ed hanno bisogno di imporre politiche espansionistiche che rilancino la domanda, ma che costringerebbero la Germania ad uscire dall’euro per un tasso d’inflazione che Berlino non potrebbe accettare. E’ un rebus senza soluzione. La situazione non può essere risolta e prima la zona euro finirà, meglio sarà per tutti.
L’alternativa? Sono 15-20 anni di depressione per la periferia imposti dall’attuazione delle regole del Fiscal Compact, che, in una fase di calo demografico e diminuzione della forza lavoro, produrranno scenari drammatici al tessuto economico e sociale di queste nazioni. Questa strategia assurda non aiuterà nessuno e la domanda che le leadership devono porsi è: quanto può durare questa situazione senza che ci sia una reazione politica? In Francia e in Italia sta prendendo sempre più piede l’idea che per salvare il resto del progetto europeo è necessario pensare ad uno smantellamento coordinato dell’euro. E’ su questo punto che la politica deve iniziare a ragionare in modo costruttivo per evitare future reazioni a catena fuori controllo.
Al momento non è utile fare previsioni sul futuro della zona euro e proverei a ribaltare la questione in questo modo: non bisogna più parlare di rischio di rottura, ma il rischio reale e drammatico è che l’euro possa sopravvivere per altri cinque anni, producendo danni inimmaginabili ai paesi del sud dell’Europa. Il “decennio perso” dell’Europa si concluderebbe poi con uno scenario economico mondiale molto diverso da come era iniziato e l’intero continente vivrebbe totalmente ai margini. Il rischio vero è che l’euro sopravviva ancora. Ed è un rischio terribile per il futuro delle nazioni europee.

da l’Antidiplomatico

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Cominciamo “bene”

Europa 5 stelle

Davide Borrelli prime notizie dall’europa

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo)

Il trattato di Lisbona (art. 17) cita: ” tenuto conto delle elezioni del Parlamento Europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio Europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento Europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione”

Le elezioni del 25 Maggio 2014 hanno confermato la previsione di una maggiore presenza di movimenti euroscettici in seno al Parlamento Europeo e la non più netta vittoria di PSE e PPE, costretti probabilmente ad una coalizione forzata.

Secondo il trattato di Lisbona l’elezione del Presidente della Commissione dovrebbe tener conto di questa nuova presenza parlamentare, quindi il processo corretto dovrebbe essere quello di attendere l’insediamento del nuovo parlamento e poi iniziare le consultazioni per la nomina del Presidente della Commissione, che va fatta entro il 31 ottobre 2014.

Quello che invece sta succedendo è che i vecchi partiti, oggi più deboli, hanno avviato consultazioni extraparlamentari al fine di proporre un candidato a loro gradito, a scapito dei nuovi movimenti rinnovatori, per assicurarsi una poltrona fondamentale dell’Unione Europea.

Il Parlamento Europeo è l’unico organo eletto dal popolo, il trattato di Lisbona infatti ne aumenta i poteri per garantire una maggiore partecipazione nelle decisioni fondamentali della UE, i vecchi partiti, continuano invece a ricorrere a questi tristi mezzucci per assicurarsi altri anni di potere e poltrone.”

David Borrelli, cittadino portavoce M5S al Parlamento Europeo

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Bulimia del potere


La bulimia (dal greco, boulimía, composto di (bôus) "bue" e (limós) "fame"; propr. 'fame da bue').
Cosa ne sarà degli inquisiti, dell'indagine sugli episodi corruttivi è ovviamente un compito determinato dalla magistratura, dalla Corte dei Conti.
Certo è che per l'ennesima volta, in una infinita coazione a ripetere, questo sistema politico riproduce se stesso. La bulimia sembra proprio una perversione del sistema più che non il sintomo di un soggetto : un ecosistema più che non una malattia mentale, la quale al massimo risulta meramente caricaturale, il riflesso individuale, lo specchio emulativo, di un quadretto familiare fatto di omuncoli, cupole malavitose, danni erariali, corruzioni, concussioni.

Al vertice di questo ecosistema un bue, ovvero la bulimia, non un toro badate, come quello riprodotto fuori dalla borsa di wallstreet, ma un bue, un tubo digerente che ingoia insaziabile risorse finanziarie e caga cemento sotto varie forme sopratutto grandi opere. I suoi escrementi cementizi nutrono tutta la base dell'ecosistema, una catena di appalti che si disputa piccoli e grandi bocconi fino alle briciole secondo la regola incantatoria del "lavoro, lavoro, lavoro" e quella autentica arcaica idiozia del proverbiale "quando el batilan va anca mi va". Un ecosistema, una economia, le regole della casa.

"Nutrire il pianeta" recita la didascalia, ma quale pianeta ? Piuttosto se dobbiamo parlare in termini astronomici assistiamo al collasso gravitazionale di due buchi neri in orbita l'un con l'altro : PD e PDL mortalmente abbracciati. 
Ma non era il pianeta che nutriva noi ? Ma non eravamo noi a dover salvaguardare la sua salute ? Ma non era la democrazia a decidere i progetti meritevoli di futuro ?

Non regge più nemmeno l'apologo di Menenio Agrippa che, sia pure in una visione organicista, della società aveva una idea solidale nella quale lo stomaco concorre al nutrimento degli arti. Qui si tratta di una "politica" parassitaria, senza progetto, senza politica industriale, senza futuro, senza idee, senza qualità. Una politica fatta di clans politico imprenditoriali ormai divenuti una vera e propria associazione per delinquere.
L'opposto delle idee di fondo che nei secoli hanno fatto della gastronomia italiana e delle industrie agroalimentari una vera eccellenza
ammirata e richiesta in tutto il globo.

La storia della gastronomia italiana infatti nasce invece in un itinerario di povertà dove gli avanzi di cibo dei ricchi diventano, tra le abili mani di cuochi-servi,  piatti meravigliosi che ritornano sulle tavole dei ricchi, oppure i piatti più poveri e “rimediati” in qualche modo divengono prelibatezze e simboli di un intero popolo.
Ricchezza della povertà se posso dire, un ossimoro.

La storia della nostra alimentazione è parte significativa della nostra storia complessiva; l’economia, la politica, la cultura nel senso più ampio e migliore dei termini, la salute, sono tutti aspetti che hanno un rapporto diretto e privilegiato con  i problemi dell’alimentazione.
Una storia fatta di campanili, feudi, repubbliche, granducati, regni, parrocchie, orti, viaggi in oriente ed in occidente, incredibili biodiversità, ricette custodite in cantine, spazi per stagionature, sagrestie, esoteriche maturazioni, gelose alchimie … una storia della quale è intrisa la sensibilità complessiva di tutti gli italiani.

Come è dunque possibile che una Expo si concentri in un solo luogo, in un solo piatto, se non per nutrire l'indistruttibile bramosia bulimica di potentati del tutto avulsi da qualunque cultura ? Spero che l'Expo divenga un simbolo : un boccone avvelenato per i partiti ed il riscatto di quei "servi", gli italiani, che hanno reso inimitabile il nostro paese ma che ancora purtroppo "cittadini" non sono.


							
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L’Europa, Prometeo e il M5S

Prometeo M5S

La politica, intesa come associazioni di partito, mediatori della volontà popolare, senza vincolo di mandato, è al suo crepuscolo.

L'alba è il movimento cinque stelle : un movimento che è una procedura implementabile ovunque per restituire la politica ai cittadini, come Prometeo il fuoco, e, sopratutto per conservare la fiamma della propria sovranità.

Complice la rete, è la possibilità democratica di mettere in relazione le moltitudini in un rinascimento promosso dalla tecnologia, dall'invenzione dell'ipertesto e dal web.
Oltre Gutenberg, oltre l'isolamento dalla disinformazione resa oramai ontologica da questi media asserviti.

La rete propone un modello più vicino, potenzialmente, al compimento della democrazia, dove la figura del "cittadino" come soggetto artefice del suo destino è centrale e sostituisce finalmente altre figure come il "consumatore", il "lavoratore", il "coscritto", il "telespettatore" il "gregario", il "credente"..

Figure, queste, destinatarie di una informazione a un senso unico  e delle quali questi politici arcaici hanno solo vaga, deformata e parziale notizia, distorta di ogni dignità ed esibita secondo le convenienze, degli auditel e dei sondaggi.

Perchè l'informazione, ovvero le notizie dei media tradizionali, non provengono dalla realtà ma "passano da loro": i "media mediati dalla mediazione" , dal plagio", dalla deformazione.

Mentre si apre un mondo nuovo di conoscenza scientifica paragonabile solo all'epoca di Galilei e Newton, mentre cambiano le percezioni circa la realtà e gli ordini sociali, mentre le religioni rimangono stupefatte e crollano intere cosmogonie la politica di cosa si occupa ?

Mentre la scienza in questi anni completa il quadro sistematico del modello standard della fisica quantistica con il bosone di Higgs e scopre che le leggi della fisica che regolano l'intero universo sono, curiosamente, "orizzontalmente democratiche" …

Mentre la ricerca apre nuovi orizzonti sul piano dei principi fondanti la materia e della energia….

Mentre la scienza apre nuove prospettive circa le frontiere dell'intero universo e della materia stravolgendole e coniugando l'infinitamente piccolo e infinitamente grande: si imbatte infatti in un universo con una precisa origine (13,7 miliardi di anni fa) e una probabile fine dettata dai valori di massa di una piccola particella, un bosone (126 Gev)…

Mentre l'astrofisica spazia l'orizzonte tra  migliaia di miliardi di galassie, quando solo a inizio novecento già una di galassia, la via lattea, sembrava un confine abbastanza vasto per le fragili menti umane…

Mentre la scienza allarga gli orizzonti galileiani scoprendo ancora nuovi "cannocchiali" oltre le capacità dell'occhio umano e constata che tutto quello che sembra esistere, ovvero i miliardi di galassie, non è nemmeno tutto l'esistente ma solo il 5% di ciò che esiste e mentre per percepire il resto della materia esistente che non interagisce con i nostri sensi, ma che è intorno a noi, si lancia la sfida di sondare l'enorme vacuo, ma pur sempre esistente, dell'energia e della materia oscura….

Mentre al Cern si inventa il web per scambiare con migliore efficacia le informazioni e l'entusiasmo:
l'idea, infatti, del World Wide Web è nata nel 1989, presso il CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica europeo. Il ricercatore inglese (Tim Berners-Lee) fu colpito da come alcuni colleghi italiani usavano trasmettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all'altro dell'istituto visualizzando informazioni tramite video. Il 12 marzo 1989 Tim Berners-Lee presentò infatti al proprio supervisore il documento Information Management: a Proposal, una cui copia è esposta presso il CERN, che fu valutato «vago ma interessante». Alla sua base vi era il progetto dello stesso Berners-Lee e di un suo collega, Robert Cailliau, di elaborare un software per la condivisione di documentazione scientifica in formato elettronico indipendentemente dalla piattaforma informatica utilizzata, con il fine di migliorare la comunicazione, e quindi la cooperarazione, tra i ricercatori dell'istituto. A lato della creazione del software, iniziò anche la definizione di standard e protocolli per scambiare documenti su reti di calcolatori: il linguaggio HTML e il protocollo di rete HTTP…..

Mentre l'universo si espande e diviene sempre più constatabile che tutti viviamo e respiriamo in un piccolissimo luogo senza particolari privilegi, fragilissimo, compreso in una serra, una bollicina di gas imprigionata attorno al sottile suolo terrestre, bollicina trattenuta dalla gravità che è anche unico schermo contro le radiazioni che principalmente provengono da una centrale nucleare naturale a fusione che chiamiamo sole nato dai resti di una antica supernova …

Mentre questo accade la politica, dominata sopratutto dal potere finanziario, si impaluda nella conservazione di se stessa, in visioni del mondo come minimo totalitarie, nella difesa delle sue presunte "prerogative", arrogando a se stessa l'esercizio di una democrazia tutta solo cosmetica e la gestione in esclusiva assoluta "dell'intelligenza", costruendo una democrazia senza popolo e una intelligenza sul modello proprietario.

Una democrazia artatamente asservita ai buchi neri della economia ovvero le banche e gli istituti finanziari,veri e propri artefici della suddivisione medievale di ricchezza e risorse : veri e propri leviatani dai quali, come i buchi neri appunto, non esce nulla, neanche la luce, neanche una informazione oltre l'orizzonte del loro esoterismo.
E tuttavia questi mostri senza qualità la cui unica caratteristica è l'inerzia o la massa monetaria intrinseca, orientano e regolano la vita e la morte delle persone, la loro riduzione in risorse, risorse umane.

La democrazia è ridotta a puro significante, puro suono ad uso televisivo dietro al quale nascondere una bulimica volontà di potere per il potere, senza altro progetto, senza altro scopo se non quello di riprodurre se stessa in un eterno supplizio per gli altri, senza Altro.

In queste condizioni non resterà che il deserto. Il deserto del caucaso e un Prometeo incatenato.
Una "democrazia" asfittica senza idee, senza visionari, senza generosità e senza parole.

La rivoluzione industriale ed il progresso non furono mai merito della politica, se non come tiepida concessione, ma della scienza e della tecnologia e nonostante la politica.
Spesso per merito del sacrificio e l'abengazione al limite del martirio di chi la scienza e l'innovazione la pratica come un entusiasta visionario e con prometeica disposizione.
Oggi c'è bisogno di un'altra rivoluzione, di un altro visionario, di un'altro Prometeo liberato da un Eracle fattosi popolo.

Prometeo contro gli dei di carta, gli dei di oggi, figli deformi di una burocrazia finanziaria totalitaria, una cosmogonia evanescente e residente nell'olimpo degli schermi della TV.
Prometeo si è fatto oggi movimento politico, rete, intelligenza collettiva …

Prometeo incatenato – Prometeo liberato,
è un mito che si scrive storicamente preso in questa eterna ambivalenza, tra libertà e costrizione.
Se le creazioni mitopoietiche rappresentano l'essenza umana in una proiezione psichica è tuttavia storicizzando le mitologie che si possono determinare i destini umani.
Un Prometeo calato nella sua dimensione politica, sembra voler significare l'istanza stessa della ribellione, il ritiro di una delega resa sulla logica del mito per approdare nella parola libera, ovvero nell'ingresso dei cittadini nel "parlamento" dei visionari in europa, nella storia.

Prometeo rubò il fuoco per darlo agli uomini non per tornarlo agli "dei" o a degli idoli surrogati, nemmeno a delle vestali, ma gli uomini, anzi i cittadini, debbono saperlo conservare come un frutto prezioso pena la perdita di autonomia di pensiero della capacità di progettare autonomamente il futuro.

Resposabili attorno al proprio destino, senza leaders, una comunità.
Prometeo è l'archetipo del Homo faber fortunae suae, ovvero in grado di autodeterminarsi, esteso ai popoli ed alla umanità intera quando percorre un moto collettivo di liberazione, una rivoluzione civile.
Come immaginato nel film "la guerra del fuoco" di Annaud.

L'uso autonomo della propria intelligenza mal si concilia con una democrazia  gestita in delega e senza vincolo di mandato, un mandato per giunta reso ad ologrammi su uno schermo o alle ombre proiettate sulla parete della propria caverna gravata da mutuo.
Non c'è nè esercizio di raziocinio nè informazione al caldo tepore di Ballarò.

La propria sovranità non può essere delegata a qualche nuovo millantatore, surrogato di false divinità cui è attribuito un "sapere" e un potere senza vincoli, sia esso nazionale o europeo, che fondi la propria autorità sulla lobotomizzazione mediatica e sulla finanziarizzazione della vita.
Finanza infatti vuol dire solo che le cose non finiscono, vanno e vengono come Prometeo, nessuno, nemmeno Efesto (Vulcano) ha catene abbastanza forti da imprigionarlo e mantenerlo incatenato.
La finanza significa che le cose non "stanno", che il "banco è rotto" dalla sua stessa usura.

Si comincia dall'Europa, il M5S come Eracle (Ercole) che libera Prometeo, l'Italia non può esportare solo manufatti o pessime politiche, si potrà cominciare a riprendere il cammino della storia, la storia democratica dei cittadini.

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